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Al tempo del coronavirus

Ci troviamo di fronte a qualcosa di totalmente nuovo, mai sperimentato prima, nessuno può rassicurarci, neppure i medici e il personale sanitario impiegati in prima linea. Nessuno. Segregati ognuno nelle proprie case, chi forzatamente solo, chi forzatamente insieme, chi forzatamente separato. Nessuna possibilità di scelta.
Tutti i punti di riferimento, spesso anche molto fittizi, sono saltati da un giorno all’altro provocando disorientamento, straniamento. Il silenzio è tutto attorno, non si corre più, non si fa più rumore. C’è chi obbedisce, capisce, sta a casa, cerca di fare propria la decisione che altri più in alto hanno preso per lui, attribuendogli un ruolo e una competenza ai quali ci si stringe attorno come un abbraccio. E c’è chi si ostina a non piegarsi in un moto di autonomia come se da quel gesto contro, di rifiuto e di ribellione, dipendesse il proprio esserci ed esistere in questo mondo, tanto più adesso.
Le grandi ideologie che ci permettevano di avere dei forti punti di riferimento non ci sono più, sono venute a mancare da tempo oramai lasciandoci soli e sempre più fragili. Ci siamo aggrappati ad altro, a molto di effimero, e ora questo organismo invisibile sta invadendo in modo subdolo la nostra società, le nostre certezze, le nostre vite. Qualcosa che rende insicuri, instabili perché può celarsi anche dietro al sorriso di qualcuno che amiamo. Tutto questo mina fiducia, serenità, solidità. Non ci si può toccare, né abbracciare, né stringere assieme. Meglio tenersi a distanza di sicurezza.
Questo millennio ci ha fatto credere che avremmo potuto controllare tutto, questo virus ci fa capire che non controlliamo niente. Paura di restare soli, di venire abbandonati in casa così come di finire in isolamento e morire soli, dimenticati.

 

Edward Hopper
Morning Sun, 1952

 

In questi giorni alle strade deserte fanno eco i balconi delle città che risuonano di canti, di musica, dell’Inno di Mameli e di applausi per il personale sanitario che presidia gli ospedali. Ognuno lancia o rilancia un suono, una voce dal proprio nascondiglio forzato a dire io ci sono, facciamoci, fatemi coraggio, ricordatevi di me. C’è bisogno di sentirsi assieme, assieme c’è l’illusione che la paura faccia meno paura. Se facciamo corpo comune vinciamo, saremo più forti. Un modo per provare a vincere l’angoscia. Ma ci sono anche zone in cui si sentono solo risuonare sirene di ambulanze e campane a morto.
Nell’emergenza il sentimento che più emerge è quello legato alla paura e questo momento sta mettendo in crisi qualcosa di ognuno, qualcosa di molto personale e profondo e che ha a che vedere con l’identità.
Perché è questo che sta accadendo. In molti hanno riempito le proprie vite di cose, cose da fare, cose da comperare, cose da indossare e da mostrare e adesso, forzatamente bloccati, stanno facendo i conti con il valore di quelle cose che hanno messo a riempimento delle proprie vite.
I punti di riferimento esterni sono tutti saltati, quelli che rimandavano a una sicurezza effimera, illusoria, e ora si è costretti a fare i conti con quello che siamo e non con quello che abbiamo.
L’ansia è un segnale di allarme che ci avvisa di fare attenzione perché qualcosa di nuovo sta accadendo e dobbiamo mettere in campo nuove strategie perché quelle vecchie non vanno più bene, qualcosa di nuovo che ci può schiacciare se ci lasciamo solo vincere dalla paura di non saper gestire il momento nuovo che ci obbliga a un contatto con noi stessi, ma anche qualcosa di nuovo se prendiamo in considerazione la possibilità di aprirci alla possibilità di un cambiamento.
Nel mondo ipermoderno che abitiamo siamo stati e siamo a contatto con innumerevoli cambiamenti violenti ed estremamente rapidi che hanno riguardato i legami intergenerazionali, le relazioni fra i sessi, le strutture familiari, le relazioni sociali, le strutture d’autorità e di potere, la mescolanza delle culture e il concetto stesso di cultura e di competenza. Tutte dimensioni queste che coinvolgono le fondamenta della relativa stabilità delle identità individuali.
Nelle nostre società ipermoderne assistiamo all’esaltazione del concetto di individuo, c’è un individualismo esasperato che però porta al riduzionismo dello stesso individuo relegandolo e parcellizzandolo alle sole funzioni di utente consumatore e produttore di servizio.
Heidegger parlava di processo in assenza di soggetto, un processo che non dipende dall’azione di qualcuno in particolare ma dalle azioni di tutti, in questo senso è un processo anonimo, nascosto, inserito e messo in azione nel sistema.

 

Edward Hopper
Early Sunday Morning, 1930

 

Sono via via caduti molti dei punti di riferimento sociali, i miti e le ideologie, credi e religioni, autorità e gerarchie che facevano da cornice e da regolazione nelle formazioni e nei processi sociali. I grandi ideali e i miti che assicuravano una appartenenza a un insieme sociale sono diventati instabili e con loro anche le grandi narrazioni storiche che ci hanno fornito le matrici di senso comune e condiviso di fronte agli enigmi della vita.
Impotenza e disperazione tendono a crescere quanto più il mondo diventa spettacolare e virtuale. L’uomo della modernità vive ogni desiderio come assoluto e, per questo, ogni divenire e ogni passione diventano prove delle proprie mancanze. Tornare a desiderare non del desiderio effimero del piacere e del tutto subito ma di quel desiderio che ha a che fare con la ricerca di un proprio senso nelle cose e che orienta la nostra esistenza.
Respingiamo da tempo ogni idea della morte e, per questo, siamo diventati società che sopravvivono, strutturate dalla paura, dall’attesa, dall’invidia. La paura della morte ha portato all’allontanamento del concetto. In questo millennio abbiamo assistito alla sua sparizione: non se ne parla più, non sta bene parlarne, non si sa più come integrarla. E questo virus ce la sta risbattendo in faccia. Pensavamo di essere immortali, onnipotenti, in grado di gestire e pianificare tutto e stiamo invece entrando in contatto con le nostre fragilità e vulnerabilità.
Sensazioni di impotenza, di non essere in controllo della situazione sono comuni in tempo di crisi e rischio e incertezza sono le esperienze fondamentali.
La morte messa al bando da questa vita, la ricerca dell’eterna giovinezza creata dall’illusione del bisturi, le nuove tecniche che oltrepassano il limite del biologico hanno fatto credere che tutto fosse realmente possibile. Allontanare la morte ci ha portati però a vivere di un eterno presente in un eterno presente, la mancanza del limite, ciò che veramente dà valore e senso a ciò che viviamo, una volta tolto ha tolto significato a tutto. Vivere un assoluto presente non permette di relativizzarlo e di rendere relativa, e quindi significabile, la nostra esistenza.
Questo virus ci sta facendo confrontare con tutto ciò e rende questo un momento eternamente presente nella sua angoscia in cui ci sta obbligando a sostare a tempo indeterminato.
Cosa faremo di questa esperienza dipenderà solo da noi ma sarebbe un grave errore, una volta usciti dall’emergenza, metterla subito da parte per andare oltre, così facendo, comunque ne usciremo, faremmo davvero vincere il covid-19.

 

Magritte
Golconda, 1953

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